Echoes occupa per intero la seconda facciata di Meddle (1971). Ciò che vi è deposto è una successione di stati, ed è della successione che si deve trattare, giacché di immagini singole sono piene le poesie di ogni latitudine, mentre l'ordine in cui le immagini si dispongono non è materia di fantasia ma di accadimento. Ed è dell'evento che si dà lettura, la quale lettura essendo discorso - non essendo cioè gli eventi di cui discorre - è niente altro che una successione di parole che ciascuno intende in modo diverso a seconda che abbia oppure no esperienza dell'evento di cui si parla, come si dice "chi ha orecchi intende, chi no no". Non è poi così raro accada l'evento, e però accade per lo più che chi lo viva resti sulla soglia, e anziché poterla varcare creda di doverlo e poterlo spiegare con la propria mente ordinaria, riducendo all'io una dimensione che è al di qua dell'io, e così i mistici cristiani vedono Dio, altri parlano di enti o di quantistica, tutti subendo ciò che invece li libererebbe; non solo in Oriente bensì in Occidente gli Adepti padroneggiano la philosophia naturalis, e per ciò indicano la via.
Il brano si apre su un uccello sospeso in alto, immobile nell'aria, e scende immediatamente dopo sotto l'acqua, dentro labirinti di caverne di corallo. I due termini sono un termine solo. L'immobilità in alto è il vedere dall'alto, che i Tantra annoverano tra le attitudini canoniche della coscienza svincolata attraverso quell'organo mentale che si chiama Sūrya o Ājñā-cakra; il vedere dall'alto della coscienza svincolata è alieno rispetto all'astrarsi dalle cose per guardarle con distacco: questo è un punto di vista, appena meno rozzo di quelli ordinari, laddove lo svincolarsi dalla mente ordinaria è il ritrovarsi nella sospensione del punto di vista in quanto tale - si tratta allora di subirlo o realizzarlo nella veduta. A significare in Echoes la sospensione del punto di vista è l'immobilità delle ali, poiché ciò che sta sospeso senza batterle non proviene da un luogo e non va verso un luogo. La caverna sotto l'acqua è il medesimo stato riferito dalla parte della materia: essa è lo spazio interiore in cui la luce è veduta, ed è la nera montagna nel cui cuore i veggenti ṛgvedici pregano Agni faccia loro trovare le go, le vacche-di-luce; per le dottrine segrete la caverna è tutto fuorché una metafora, e i filologi che la prendono per tale hanno fatto un ornamento di ciò che la natura preclude loro di conoscere. Che tutto là sia verde e sommerso, e che nessuno abbia chiamato alla terraferma, riferisce lo stato anteriore all'emergere, cioè al di qua dell'installarsi dell'io, dove non c'è ancora chi possa essere chiamato né terra a cui chiamarlo.
Overhead the albatross
Hangs motionless upon the air
And deep beneath the rolling waves
In labyrinths of coral caves
An echo of a distant time
Comes willowing across the sand
And everything is green and submarine
And no one called us to the land
Il verso che segue depone che nessuno conosce il dove né il perché, e depone con ciò il venir meno del nesso causale, il quale è creato dalla mente ordinaria stessa: che i fenomeni appaiano in qualche modo concatenati è certo, ma la mente ordinaria conosce solo ciò che è in grado di conoscere, e la propria concatenazione logicamente autoreferenziale la prende per la struttura del reale. Il dove e il perché sono le due domande che presuppongono il luogo e la causa; decadono insieme, e ciò che resta dopo la loro caduta è la base della mente.
Su quella base, e solo su di essa, qualcosa si muove e qualcosa tenta, e comincia a salire verso la luce. L'impersonale è qui obbligato, giacché l'io non può volere di uscire da sé, essendo un ente, e il tentativo di un ente di negarsi è una affermazione di sé; ciò che si muove sul fondo è dunque altro dall'io e non è da esso comandato. La assenza dell'io solo chi non conosce che l'io la può credere un nulla, solo chi crede di sapere che la persona coincida con l'io deve congetturare che tolto l'io resti il nulla: io, essere, Dio, nulla, parole vane di chi nomina colori brancolando nella tenebra. L'ātman torna verso la luce e non dalla luce, che è la direzione propria dell'ascesa; ciò che ascende, nei testi indiani, dorme avvolto alla base, e ciò che la sua ascesa produce all'arrivo è la luce interna alla mente, quella che Kuṇḍali in Ājñā-cakra fa esplodere come milioni di lattei soli, e che l'Alchimia dice l'opera al bianco. I frammenti dell'evento sono detti in molti modi, nessuno meno corretto di un altro, chi li subisce e ne dice perdendoli chi accada si dia (Es gibt) l'accadere, dipende dall'adhikāra, dall'ātman prima che sia ātman. Che il verbo sia tenta appartiene alla medesima esattezza: l'ascesa è tentata e interrotta, Kuṇḍali sbadiglia e si rigira, e occorre essere abbastanza fortunati da accorgersene e poi fermi nell'esaltarne i cenni.
And no one knows the where’s or why’s
Something stirs and something tries
Starts to climb toward the light
Dopo l'ascesa vengono i due sguardi. Due sconosciuti si incrociano per strada, per caso due sguardi separati si incontrano, e il verso depone che io sono te e che ciò che vedo sono io. La prima proposizione è Tat Tvam Asi, "tu sei Quello", che Uddālaka ripete nove volte a Śvetaketu nel sesto capitolo della Chāndogya Upaniṣad, e che è la enunciazione della realtà tantrica al di qua della rappresentazione, e non una patetica esortazione morale alla fratellanza come dicono gli accademici che non sono Quello. La seconda proposizione tocca la struttura stessa del vedere: che ciò che si vede sia chi vede significa che non c'è oggetto da conoscere né soggetto che conosca, che il vedente e il veduto non stanno ai due capi di una relazione, e che la visione non è un atto compiuto da un io sopra una cosa. È la domanda di Yājñavalkya a Maitreyī nella Bṛhadāraṇyaka, vijñātāram are kena vijānīyāt, il conoscente, con che cosa lo si conoscerebbe: il conoscente non può decadere alla posizione del conosciuto senza cessare di essere il conoscente, e la conoscenza di cui si tratta è vidyā, conoscibilità in sé senza che vi sia un io che vede e cose da vedere, il che è dire che l'ātman è il Brahman. L'incontro avviene tra sconosciuti, per caso, per strada: gli yogīn dicono di vedere gli ātman, e non i pensieri che li deformano, e chi capta in tal modo non ha bisogno di essere presentato.
Strangers passing in the street
By chance two separate glances meet
And I am you and what I see is me
I versi immediatamente successivi, in cui i due si prendono per mano e uno chiede di essere aiutato a capire, sono il residuo dell'io, e stanno al loro posto, giacché finché lo yogī è ancora nel corpo ha ancora, per lo meno nel livello intermedio del Tantra, qualcosa di analogo al punto di vista, e questo è intriso dalle vedute dell'ātman.
And do I take you by the hand
And lead you through the land
And help me understand
The best I can
Di quanto qui è deposto esiste una formulazione occidentale in una sola riga, letta da venti secoli come una consolazione da funerale: videmus nunc per speculum in aenigmate, tunc autem facie ad faciem; nunc cognosco ex parte, tunc autem cognoscam sicut et cognitus sum (San Paolo, Prima lettera ai Corinzi). Ogni termine vi è tecnico. Lo speculum è la lastra che separa la mente dalla realtà, e questa lastra è l'io, ovvero la rappresentazione, sicché si vede la sostituzione della cosa in luogo della cosa, che è poi quanto le neuroscienze dicono di sé senza trarne la conseguenza. L'aenigma è il modo proprio di una conoscenza che si dà per immagini e non tollera definizione, ed è per questo che gli alchimisti rinascimentali offrono figure in luogo di argomenti. Il nunc e il tunc sono presi per due date, mentre l'esoterismo operativo dei due emisferi consiste nella affermazione che il tunc possa accadere mentre si è nel corpo, il che è jīvanmukti, la liberazione in vita. L'ultima proposizione porta il peso: cognoscam sicut et cognitus sum, conoscerò nel modo stesso in cui sono conosciuto, cioè dal lato del conoscente e non dal lato del conosciuto, il che è dire che la distinzione tra i due lati non avrà luogo, ed è la medesima abolizione che la Bṛhadāraṇyaka compie in sanscrito.
L'ultimo movimento del brano inverte la direzione. Fino a lì tutto era salito dal fondo; ora attraverso una finestra nel muro la luce entra da fuori, ed è detta un milione di luminosi ambasciatori del mattino. La finestra nel muro è la dottrina dell'apertura, e gli ambasciatori sono inviati, cioè la luce nella sua funzione di annunciare ciò che essa stessa non porta. L'inversione è la seconda metà del racconto tantrico, giacché l'ascesa si tenta mentre la discesa accade: la grazia, quando accade, accade inattesa e parte da prima, ed è detta nei testi discesa di potenza.
And no one called us to the land
And no one crosses there alive
No one speaks and no one tries
No one flies around the sun
Almost everyday you fall
Upon my waking eyes
Inviting and inciting me
To rise
And through the window in the wall
Come streaming in on sunlight wings
A million bright ambassadors of morning
I versi finali invertono una seconda volta e chiudono il brano nella emissione anziché nella ricezione: le finestre sono spalancate e una voce chiama attraverso il cielo. Chi è giunto ha l'obbligo di esporre come vi è giunto, così da indicare una via che altri possano seguire, ed è questo il linguaggio di cui Kuṇḍali è la dea, che è la mente nell'ātman dispiegata nella sua potenza creatrice.
And no one sings me lullabys
And no one makes me close my eyesSo I throw the windows wide
And call to you across the sky
Let There Be More Light, di tre anni anteriore, riferisce l'evento che apre la successione, e il titolo lo dice per intero, essendo un comparativo. Il fiat lux è creazione, e la creazione dal nulla non è compiuta da alcuno degli dèi dei testi sacri; il comparativo presuppone invece ciò che accresce, e chiede che una luce già presente sia aumentata. L'espansione di una luce interna alla mente è il momento cruciale del Tantra, della Kabbalah, dell'Alchimia e di ogni dottrina esoterica effettiva: l'opera al bianco è una espansione e non una accensione.
La canzone mette in scena la discesa come un atterraggio. Una nave scende su un punto di fiamma e prende contatto a Mildenhall. La fiamma è puntiforme come è puntiforme quel Punto Unico di cui alcuni Tantra parlano, quello in cui la rappresentazione cessa di essere l'impalcatura dell'essere individuale, e il fuoco che scende e riceve è Agni, in cui lo yajña getta l'io intero. Mildenhall è un aeroporto militare del Suffolk, e la scelta di un luogo dotato di codice postale in luogo di Benares corrisponde a quanto è detto dagli adepti intorno alla grazia, che accade dove la persona per caso si trova, senza preavviso e senza riguardo alla dignità dello scenario.
Far, far, far, far away, -way
People heard him say, say
"I will find a way, way
There will come a day, day
Something will be done"
Then at last the mighty ship
Descending on a point of flame
Made contact with the human race at Mildenhall
Segue una ingiunzione composta di tre parole poste nell'unico ordine in cui possano stare, ora, essere, essere consapevoli. L'ora non è il presente dei tre tempi, che è il più fragile dei tre e quello che la mente ordinaria crede di abitare, ma è il nunc che Paolo oppone al tunc, l'istante nel quale la cosa accade oppure non accade; ciò che vi si richiede è di essere, e immediatamente dopo di essere consapevoli, il che è la differenza tra uno stato e il riconoscimento di uno stato, e su quella differenza tutto ruota, giacché ciascuno porta in sé la grazia ed è già Buddha, e la questione sta nell'essere capaci di riconoscerlo.
Now, now, now is the time, time
Time to be, be
Be aware
Subito appresso una strada è rivelata a un uomo, e ciò che lungo di essa si rivela è l'anima vivente di Hereward the Wake. Wake è il vigilante, il desto, colui che non dorme, e buddha significa il risvegliato; tutti gli uomini sono l'ātman, ovvero sono buddha, ma dormono beatamente sulla natura della mente. Di quell'anima è detto inoltre che è vivente, in una canzone che riferisce una discesa di luce.
Vengono poi l'occhio e il cielo, qualcosa nell'occhio e qualcosa nel cielo che là attende. I due non sono due: chidākāsha è lo spazio della coscienza, e la dhāranā che ne porta il nome consiste nel farsi della parete interna della fronte una finestra attraverso la quale si vede un proprio io agire, diretto secondo i modi imperscrutabili dell'ātman; lo spazio è dentro ed è nondimeno un cielo.
Poi il portello esterno rotola lentamente indietro e ciò che è dentro si rivela in vesti lucenti. Il sollevamento del velo è reso come un pezzo di meccanica di camera stagna, e la resa gli restituisce il carattere che i secoli gli avevano tolto: il velo di Iside a Sais, sotto il quale nessun mortale ha ancora guardato, è un meccanismo, e si apre lentamente.
The outer lock rolled slowly back
The servicemen were heard to sigh
For there, revealed in glowing robes, was Lucy in the sky
L'ultima figura riferisce l'ascesa. Si evocano potenze, il bagliore comincia dalle dita dei piedi, le emanazioni fluiscono. Il bagliore comincia alla estremità del corpo più lontana dal pensiero, cioè alla base, e sale, che è la direzione già deposta in Echoes; l'avverbio con cui è riferito, lievemente, appartiene al modo in cui coloro cui è accaduto lo descrivono, giacché i Cakra sono plessi di energie nervose la cui attivazione porta a una emergenza di fisica luce interiore, ed è un fatto del corpo e non una visione della mente.
Summoning his cosmic powers
And glowing slightly from his toes
His psychic emanations flowed
Non è in questione se questi uomini fossero Adepti, yogīn, alchimisti o cabbalisti; la risposta sarebbe negativa. In questione è la successione: la sospensione del punto di vista, la discesa nell'antro, la caduta del dove e del perché, il moto alla base, l'ascesa verso la luce, la abolizione della differenza tra vedente e veduto, l'apertura nel muro, l'ingresso della luce da fuori e il richiamo rimandato attraverso di essa. Essa è deposta per intero e nell'ordine, ed è la successione che i testi rivelati riferiscono.
Śrī Aurobindo disse di Nietzsche che fu un apostolo che mai comprese interamente il proprio messaggio; del pari, in questi testi dei Pink Floyd le immagini furono lasciate essere e furono deposte nell'ordine in cui venivano, che è l'ordine in cui la cosa accade. Il linguaggio di cui Kuṇḍali è la dea non richiede, per essere parlato, che chi lo parla ne conosca la grammatica.